Recensione “Stoner”di John Williams

recensione libro di John Williams, Stoner
recensione Stoner di John Williams

Il primo libro che abbiamo letto proprio con il nostro club di lettura è Stoner di John Williams.

Pubblicato nel 1965 negli Usa, non ebbe particolare successo e non andrò oltre la prima stampa, in parte invenduta.
Una serie di coincidenze porta il romanzo a essere riscoperto, da professori universitari, scrittori e editori e ad essere ripubblicato nel 2003, prima negli Usa, Israele, Francia, Regno Unito e poi, in questi ultimi anni anche in altri Paesi tra cui l’Italia nel 2012.
Il libro ha riscosso un enorme successo di critica e da parte dei lettori nella sua seconda fase di vita,e per i suoi lettori, come è successo a me e ai miei compagni di lettura, è diventato un feticcio, un amico, un personaggio non reale ma amato come se lo fosse, da consolare, a cui immaginiamo di dare pacche sulle spalle dicendo “dai, non ti preoccupare, non hai vissuto per niente”.
E’  un peccato che l’autore sia morto prima di vedere questo successo, anche se aveva visto il successo di altre opere scritte prima e dopo Stoner.
Stoner è un libro che avevo comprato non so in quale aeroporto  inglese di ritorno da un viaggio di lavoro, come faccio sempre curiosando nella libreria dell’aeroporto quando viaggio, e ricordo di averlo comprato incuriosita dal riassunto in sovra-copertina. La storia di un uomo normale, che studia e diventa docente universitario, vive, muore e i colleghi ricordano poco di lui dopo la sua morte. Non so come mai, ma in quel momento ricordo di aver pensato che “oh anche io ho una vita normale, non siamo eroi, vediamo come va la tua vita Stoner!”. una sorta di sfida, come a dire “sorprendimi!”.
Il libro esiste in italiano ovviamente e lo trovate anche su amazon

La trama non la racconto, perchè non è quello che conta, anche se succedono cose, quelle normali che succedono nella vita di tutti, di cui non parlano i telegiornali o i giornali ma che per chi le vive sono importanti, ci toccano e ci fanno emozionare, soffrire, essere allegri, e rendono ogni vita degna in ogni caso di essere vissuta.
ecco Stoner è questo: è la vita di un uomo normale resa epocale, non perchè la trama ingigantisca qualcosa, ma perchè ognuno di noi può ritrovarsi nel fatto che magari alla nostra morte non tanti ci ricorderanno, ma magari per qualcuno saremo stati ugualmente importanti.
la rivincita dell’uomo normale, dopo secoli di romanzi epici, guerre, amori disperati, avventure, eroi, alieni e grandi scoperte o grandi drammi.
finisci per amare questo libro e il protagonista, la sua goffaggine, la sua sofferenza ma soprattutto il suo amore per le piccole cose quotidiane, e soprattutto la sua dedizione al lavoro. in un’epoca in cui a nessuno importa se un uomo comune fa bene il suo lavoro  si dedica solo a questo, senza cercare facili entusiasmi delle folle, nè  notorietà effimera o acclamazione. Stoner è uno studioso, ama insegnare e leggere di letteratura inglese, a volte i suoi studenti lo capiscono, a volte trovano che questa dedizione richieda per loro troppo sforzo (specialmente se vogliono terminare il percorso di studi rapidamente e speravano che questo triste docente fosse facile da assecondare) per superare gli esami universitari delle materie da lui insegnate.
gli amici veri sono pochi, come poi in realtà succede a tutti noi, che spesso siamo immersi nella folla ma non abbiamo veramente “tanti”amici veri, e anche con loro spesso non siamo mai veramente, al 100% noi stessi.
un libro che parla di letteratura, ma anche di dedizione, serietà, onestà intellettuale, tentativi maldestri di fare bene con la propria famiglia anche quanto i suoi componenti non possono apprezzarlo, di amore dei genitori di una volta, quelli che non ti abbracciavano nè ti facevano le feste ogni volta che prendevi un buon voto, come i genitori anziani contadini di Stoner, che non lo abbracciano mai, ma si legge nei loro occhi l’orgoglio per quel figlio così intelligente, così diverso da loro.
ho poi scovato un documentario su questo libro, in formato intervista, che si può trovare su  Vimeo “the Act of becoming” della Morris Hill Pictures. Non è gratuito, costa se non erro tra i $5 e i $15 secondo il numero di visioni che si vogliono acquistare, se limitate o illimitate.

The Act of Becoming from Morris Hill Pictures on Vimeo.

E’ un piccolo investimento, che io  consiglio, se dopo aver letto il libro anche voi proverete quelle sensazioni di affetto per Stoner, di malinconia per la fine del libro, e la sensazione che sia un personaggio reale purtroppo scomparso, di cui onorare la memoria. Nel documentario sono intervistate le figure che hanno avuto un ruolo importante nella riscoperta di questo grande classico della letteratura americana, classico non perchè alla stampa fosse stato apprezzato, ma perchè merita di stare tra i classici a pieno titolo: la traduttrice francese, il suo editore americano, inglese e israeliano, i docenti universitari e critici letterari che hanno voluto fortemente condividere la passione per questo libro con i propri lettori, dando vita a un costante movimento di riscoperta di John Williams e del suo dimenticato Stoner. vedere questo documentario, purtroppo non credo esistente in italiano, ti fa commuovere e ti fa sentire parte di una comunità di lettori e di sentimenti.
Di tutte le citazioni del libro che vengono richiamate nel documentario, e che noi, al nostro incontro dibattito del club di lettura abbiamo tirato fuori, io amo più di tutte questa:
quasi all’inizio della sua vita universitaria, William Stoner si scontra con la difficoltà di capire il corso base di letteratura inglese, lui studente di agricoltura, figlio di contadini di provincia. Il suo docente, un anziano appassionato di letteratura inglese che poi diverrà suo mentore e amico, gli si rivolge chiedendogli di parafrasare e spiegare una poesia di Shakespeare che fa così (ho letto il libro in inglese ma ho recuperato la traduzione del sonetto sul web, e purtroppo non ricordo chi sia il traduttore, quindi mi scuso se manca la fonte):
“in me tu vedi quel periodo dell’anno
quando nessuna, o poche foglie gialle
resistono,
su quei rami che treman contro il freddo
spogli archi in rovina, dove ameni
cantarono gli uccelli.
in me vedi il crepuscolo di un giorno
che dopo il tramonto, svanisce ad ovest
e a poco a poco, la notte se lo porta via
ombra di quella vita che tutto confina
in pace.
in me vedi l’indebolirsi di quel fuoco
che si estingue fra le ceneri della sua gioventù
come un letto funebre ove spirerà
consumato da ciò che era il suo nutrimento
ciò vedi in me, e più forte diventa il tuo amore
ama ciò che dovrai presto lasciare”
e dopo averlo letto in classe, il vecchio professor Sloane gli punta il dito addosso contro e gli chiede “mr Stoner, Shakespeare le sta parlando da 600 anni fa, lo sente, mr sStone?”
Lui non lo sente ancora, ma Sloane si.
A me piace pensare che questo sonetto, scelto non a caso da Williams, indichi che Sloane sa che lui, anziano docente, deve cercare un erede che abbia la sua stessa passione, prima che sia tardi, prima che invecchi troppo e che (ma lui non poteva saperlo) la guerra arrivi a spazzare via tutto, e questo erede lui crede possa essere il giovane allampanato William Stoner, il quale non sa, ma vede in Sloane quello che lui sarà a sua volta.
Qualunque cosa dica l’epitaffio a inizio libro, benchè William Stoner sia stato un normale docente universitario, nè amato nè odiato dai suoi studenti, senza carriera da ricordare nè errori da biasimare, ciò che a noi lettori resta, dopo aver terminato il romanzo, è la sensazione che Stoner sia vissuto, e che a noi spetti il dovere di ricordarlo.

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