Recensione “La ferrovia sotterranea” di Colson Withehead

Ho letto questo libro poiché proposto nell’ambito degli incontri del nostro gruppo di lettura. Avevo letto recensioni entusiaste e, come sempre in questi casi,le aspettative erano alte.

Un premio Pulitzer, un libro ben recensito e un argomento spinoso da raccontare, un periodo storico di cui spesso gli Stati Uniti moderni e gli americani si dimenticano.
Il libro, che racconta la vita da schiava di colore di Cora nella piantagione “simbolo”di tutti i luoghi di sfruttamento di oggi e di ieri, scorre facilmente.lo stile di scrittura è piacevole.
Nei primi capitoli si fa un po’ fatica a orientarsi tra racconti del passato e del presente della protagonista. Tuttavia i flashback servono a mettere a fuoco personaggi e storie.
Le storie appunto. Mi sono chiesta a lungo chi fosse il vero protagonista del libro. La schiava Cora e la sua fuga verso la libertà? La ferrovia sotterranea, stratagemma letterario che porta speranza al lettore di un libro spesso molto crudo.

I particolari dei maltrattamenti e torture, della gratuità della violenza dell’uomo bianco sugli schiavi di colore considerati meno che oggetti, non ci vengono mai risparmiati. La fuga della protagonista diventa spesso claustrofobica, e il finale lascia un po’ dubbiosi.
Il dubbio maggiore per me è stata l’assegnazione del Pulitzer.
Da leggere per un rendiconto credibile, storicamente attendibile, benché romanzato, di quanto le radici di uno Stato spesso si fondono sul sangue degli oppressi.
Se sia o meno il migliore romanzo sull’argomento della schiavitù e della tratta degli schiavi africani non so dirlo.
Il mio dubbio è che, in una epoca in cui troppo spesso si scade nel politicamente corretto,un buon romanzo,ma non il capolavoro del secolo, sia stato nominato tale come sintomo di un certo senso di colpa tutto americano rispetto al proprio passato di sfruttamento e sangue.
A voi il giudizio.
D’altra parte,mai giudicare un libro dalla copertina no?

 

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