gli arabi e noi. ovvero di come “noi” e “loro” abbiamo in comune più di quanto pensiamo.

Mai come in questi mesi, e giorni, si parla delle differenze culturali o religiose presunte tra “noi”i buoni,i cristiani, gli occidentali, e “loro” i musulmani, arabi, gli stranieri, troppo diversi per integrarsi, che sono cattivi dentro e quindi tenenti naturalmente a violenze ed attentati.

Palermo, cappella palatina (fonte national geographic)
Palermo, cappella palatina (fonte national geographic)

Inutile (?) dire e ripetere che non possiamo mai generalizzare per categorie nessuno e niente. Che non tutte le bionde sono stupide, che gli artisti non sono necessariamente pazzi, e che l’islam non  è violenza legittimata dalla religione, non necessariamente.

Senza volere entrare nella storia dell’islam dalle origini ad oggi, anche perchè ammetto di non avere le competenze per farlo, da siciliana penso sia almeno doveroso ricordare che un tempo, noi e loro non eravamo entità e popolazioni separate. Noi eravamo loro, e loro noi, e tra noi, come ora, forse di più, in un tempo in cui tutto era violento ma era anche pacifico e culla di cultura e arte, di evoluzione e conoscenza reciproca.

In tal senso trovo quindi interessantissimo il report del National Geographic di Marzo “dal titolo “Quando eravamo arabi”, di cui cito alcuni passi.

La lingua araba ha lasciato la propria eredità in numerosi vocaboli tuttora in uso nel dialetto siciliano e in vari toponimi. Gebbia, che in siciliano indica una vasca rettangolare per la raccolta dell’acqua, deriva ad esempio dalla parola araba gabiya.”
e ancora:
La storia dell’Islam in Italia è un intreccio ambivalente che parla di conquiste e lotte per il potere ma anche del trasferimento di un sapere prezioso e di una coabitazione pacifica. La storia ci mostra come da commerci e migrazioni possano nascere reti di contatti transculturali, ma al tempo stesso evidenzia che la lotta per il potere politico ed economico può trasformare questi contatti in conflitti, ponendo fine a coabitazione e tolleranza in un batter di ciglia.”

e tanti altri esempi possono essere aggiunti. Il vestire di nero delle donne siciliane di un tempo, per pudore appunto, ma in origine probabilmente per abitudini assimilate nei secoli da una dominazione non esattamente cristiana. o la cucina ad esempio. L’uso di spezie, la pasta di mandorle e i dolci di nocciole e frutta secca invernale con miele, che sono ancora comuni non solo oggi in Sicilia, che ne fa la sua bandiera, ma in moltissimi Paesi arabi dall’altro lato del Mediterraneo. L’uso in cucina così diffuso di pinoli, mandorle, melanzane, cous cous, involtini di verza o foglie di vite, tutti usi culinari antichi mutuati nei secoli e modificati da successive dominazioni ed evoluzioni, certo, ma che possono facilmente essere ricollegati a un passaggio Arabo in Sicilia, e che fa di noi (non solo italiani, ma specialmente siciliani) una razza (brutta parola ma pertinente) certamente non “pura”, non esattamente “bianca, cattolica, cristiana”, ma per questo, a guardar bene nei nostri cuori, più umana e più ricca di cultura e sapere, un sapere e una capacità di accoglienza che non possiamo aver dimenticato.

Anzichè aggrapparci al noi e loro, dovremmo imparare a chiederci da dove vengono le nostre abitudini, la lingua, ciò che mangiamo, in sicilia come altrove, e a pensare a quanto ricchi diventiamo, umanamente, quando anzichè chiuderci e barricarci dietro a un “noi” contro gli altri, parliamo, scopriamo confrontiamo con gli altri, diversi e lontani da noi per geografia ma non per umanità. Se non diamo la possibilità agli altri di farsi conoscere, gli altri non vorranno conoscere noi. E un altro muro verrà eretto.

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